La mia 205

21 maggio 20179 Colli2

Andare a letto presto per alzarsi alle 4 del mattino, ma il presto è già tardi.
Non chiudere occhio neanche un minuto e passare a rassegna gli oggetti, gli accessori, i dispositivi utili all’impresa.
Uscire nel buio della notte per vedere che ancora piove.
Fare colazione abbondante alle 4.30.
Decidere l’abbigliamento e indossarlo.
Prendere la bici preparata poche ore prima e recarsi nella strada bagnata alle 5.30.
Nel freddo dell’aurora pedalare per raggiungere la tua griglia di partenza, quella gialla, lungo il canale di Cesenatico, cercando di prendere confidenza col tuo corpo.
Parlare coi tuoi vicini nell’attesa del via e rendersi conto che sei uno dei 15 mila, un fiume di teste colorate nell’alba ancora blu.
Ascoltare una voce nell’aria, vedere un elicottero sulla tua testa, sentire lo sparo a salve di un cannone, avvisare la bocca dello stomaco che si restringe e le farfalle nella pancia, rendersi conto che è fatta-si-va.
Vedere il fiume di ciclisti davanti a te che comincia a scorrere e pensare che ora tocca proprio a te poggiare il culo sul sellino dopo aver bloccato il piede destro sul pedale.
Partire all’alba nella bruma.
Stare attenti alla ruota davanti, ai gomiti dei tuoi compagni posti di lato, a quelli che ti sopravanzano.
Procedere nella pianura nel silenzio assoluto del risveglio della natura e degli uomini, rotto dal ciclo delle pedalate di tutti quegli appassionati
Risalire i colli romagnoli nel serpentone colorato di bici e divise.
Ascoltare il pneumatico della ruota rotolare sul fondo stradale fino quasi a scivolare su di esso.
Alzarsi sui pedali per sentire il peso del tuo corpo che spinge quell’unico oggetto uomo-bici.
Salire salire salire.
Prima in scioltezza, poi sempre più pesantemente.
Godere di panorami a 360 gradi. Rocche, valli, colli, monti, mari, creste, papaveri rossi, campi gialli.
Passare tra ali di gente nei centri abitati che ti incitano e tu applaudono.
Gioire delle strade completamente chiuse e a tua disposizione.
Essere soddisfatti di una organizzazione perfetta.
Soffrire sul Barbotto al 18% spingendo sui pedali sempre più con fatica rasentando i 6 km orari. Continuare a spingere fino all’estremo, passando tra due ali di ciclisti che proseguivano a piedi. No. Io non volevo scendere e li rispettavo comunque. Sentire la ruota davanti alzarsi 4 volte almeno sulla retrospinta delle mie braccia. Arrivare in cima al gran premio della montagna sotto lo striscione con lo speaker che salutava incoraggiando l’ultimo sforzo. Ricoprirsi e rimettersi gli occhiali per affrontare la discesa pericolosissima. Farsi male le mani per tenere i freni ben saldi e stretti sui tornanti. Voltare appena il volto lateralmente per vedere l’infinito e goderne all’infinito.
Fermarsi al quarto ristoro, dopo 80 km per sapere se puoi ancora camminare.
Decidere al 100-imo km di voltare sulla destra per fare altri 100 km e altri 5 maledetti e benedetti colli, invece di voltare a destra e fare altri 30 km e il quinto e ultimo colle.
Dire a se stesso che senza l’adeguata preparazione è un azzardo.
Fregarsene del tuo io e voltare a destra.
Continuare a soffrire per 2 colli in salite da 9 km l’una e pendenze quasi impossibili.
Scollinare San Leo a 780 sul livello del mare coi brividi del freddo e le strade bagnate.
Mangiare e bere tutto ciò che ti resta nelle tasche e nelle borracce per no far mancare zuccheri al cervello e liquido nei muscoli.
Pedalare l’ultima discesa da solo senza vedere nessuna davanti, voltarsi dietro e rendersi conto che non sopravanza nessuno. Chiedersi se hai sbagliato strada ed attendere pedalando. Vedere un gruppetto di ciclisti e avventarsi addosso a forti e ampie pedalate.
Inseguire il trenino di ciclisti che vanno più veloci di te per affrontare gli ultimi 25 km in pianura verso il mare col vento contrario.
Affrontare gli ultimi grandi rondò come i veri professionisti, in fila indiana ad alta velocità, inclinando la bicicletta più del dovuto.
Vedere i segnali gialli dei km mancanti e, nonostante le gambe e la schiena, pensare: peccato stia finendo.
Assaporare quegli ultimi km pensando ai precedenti km, alla fatica, ai sorrisi, agli amori, agli amici, al sudore.
Entrare nel rettilineo finale massacrato ma anestetizzato dalla gioia.
Sistemarsi casco maglia occhiali per passare sotto lo striscione dell’arrivo col braccio destro sollevato e il pugno chiuso, a dare pugni all’aria gridando:
ASSURDOOOO!!!!
Sentire lo speaker ripetere. Si, è assurdo!!!!